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Me ne accorsi molto presto, dopo aver acquistato il Castellare alla fine degli anni 70, che le vendemmie non sono mai uguali. Non solo per il tempo, per il sole o per la pioggia, che comunque le segnano in maniera indelebile, ma sopratutto per il sentimento che domina gli animi a seconda che tutta l'annata, non solo gli ultimi giorni, sia stata buona, cattiva o miediocre.
Questa differenza di stato d'animo, dall'allegria viva alla delusione, la si coglie sempre netta sul volto di chi della vendemmia ha la responsabilità ma anche dei semplici vendemmiatori, gente che viene, per 15 giorni diversi, dalle aule dell'università come dalle liste di disoccupazione o dalle rinunce della pensione. Come in una rappresentazione della tragedia greca, anche loro entrano subito nella parte e nell'atmosfera complessiva.
E girando avido di scoperte dal Chianti al Piemonte, dal Bordeaux alla Napa Valley mi accorsi anche, ben presto, che questa variazione di sentimento e di maschera sul volto di chi partecipa alla messa in scena della vendemmia è un fenomeno per così dire trasversale, attraversando il globo a seconda di come nell'annata si sono combinati i vari fattori della produzione. Poi tutto resta sintetizzato nel valore che chi si occupa di vino sa attribuire a quell'annata o, come si dice con più efficacia in inglese, a quel vintage.

Nasce da questa scoperta elementare, ma per me ricca di valore, l'idea di far ritrarre ogni vendemmia dall'occhio magico di un fotografo diverso. Un anno un grande nome, un anno una grande promessa.
Il primo, nel 1988, annata eccellente, ricca di allegria, è stato Giuseppe Pino, un maestro del ritratto, dai grandi del jazz ai grandi dell'arte, della moda, del design, dell'industria. Una scelta facile per me. Avendo lavorato insieme a Panorama (e poi, via via, negli altri giornali), avevamo avuto la fortuna di battere per una settimana queste terre, lui alla ricerca di un'immagine forte per l'inchiesta di copertina dedicata alla protesta dei contadini, "La rabbia verde" come la intitolammo, e io alla ricerca delle radici di questa rabbia. Fu una delle più belle inchieste di Panorama, non per gli articoli ma per le immagini che Giuseppe riuscì a catturare, dall'apparente pace dei buoi chianini che aravano una vigna, ai volti che solo in queste terre di antica mezzadria sanno esprimere contemporaneamente rispetto e rabbia verso il padrone.
Dopo Pino gli altri sette, tutti, come potete vedere, di straordinaria bravura. Non solo perchè straordinari sono le facce (Massimo Pacifico, Fred Marcarini e Wowe) e i paesaggi (Fulvio Roiter), i dettagli delle forbici che recidono il grappolo o delle scarpe infangate (Fabio Mantovan e Stefano Bozzani), le due mani protese verso i grappoli pronti a separarsi dal raspo (Franco Fontana), ma perchè ognuno ha saputo cogliere, anzi catturare, tanti attimi fungenti all'interno del differente sentimento di ogni vendemmia.
Credo che ne emerga un ritratto di rara efficacia, non solo di Castellare ma di una delle più magiche stagioni dell'uomo, sempre la stessa, o quasi, da millenni, quanti ne ha il vino.
"A parte le recenti scoperte, ci sarà pure una ragione se il vino è al centro dell'uomo da prima di Cristo", diceva una govane e brava cardiologa di Milano, illustrando le proprietà benefiche di due bicchieri di vino rosso al giorno. La ragione, le ragioni, o almeno una buona parte di esse, le si possono scoprire, ognuno con una proparia interpretazione, sulle facce, nei gesti, negli strumenti, nei cieli, nei colori, nelle geometrie casuali o volute delle vigne, di questo ritratto di vendemmie al Castellare, che con piacere offriamo a tuti coloro che amano il vino e che nel berlo sanno risalire sino alle radici, profonde, delle viti, in un percorso di umanità unica.

Paolo Panerai

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